Contro il regime politico iraniano
Il sistema politico della Repubblica Islamica dell’Iran si è formato a partire dalla rivoluzione del 1979 e presenta caratteristiche istituzionali peculiari rispetto ai modelli democratici rappresentativi di tipo liberale. La sua struttura combina elementi elettivi con organi di natura religiosa e non elettiva, ai quali è attribuita una funzione di supervisione sull’ordinamento complessivo.
Il principio cardine del sistema è la velayat-e faqih (tutela del giurisperito), che assegna a una figura religiosa di vertice un ruolo di indirizzo e controllo superiore rispetto agli organi politici eletti. Tale principio incide sull’equilibrio dei poteri, determinando una gerarchia nella quale alcune istituzioni non sono direttamente responsabili davanti all’elettorato.
Le consultazioni elettorali costituiscono una componente formale del sistema, ma l’accesso alle cariche è subordinato a meccanismi di selezione preventiva. Questo assetto produce un pluralismo regolato, nel quale la competizione politica si svolge entro confini istituzionalmente definiti.
Dal punto di vista delle libertà civili, il quadro normativo iraniano prevede limitazioni che trovano "giustificazione" in un impianto giuridico di ispirazione religiosa. Tali limitazioni riguardano ambiti quali l’espressione pubblica, l’organizzazione collettiva e alcuni aspetti della sfera personale. La loro applicazione è oggetto di dibattito sia all’interno del paese sia nel contesto internazionale.
Nel corso del tempo si è osservata una dinamica ricorrente di interazione tra società e istituzioni, caratterizzata da momenti di mobilitazione e da fasi di riassorbimento del dissenso. Questi fenomeni indicano l’esistenza di una pluralità di orientamenti sociali e culturali che convivono all’interno del quadro istituzionale vigente.
L’analisi del sistema politico iraniano richiede pertanto di distinguere tra la struttura del potere, definita costituzionalmente, e la composizione della società, che presenta livelli elevati di articolazione demografica, culturale e generazionale. Tale distinzione è centrale per una comprensione non semplificata del contesto iraniano.
Criticare il regime politico che governa l’Iran non significa esprimere ostilità verso il popolo iraniano, la sua cultura o la sua storia. Al contrario, significa prendere atto di una distinzione fondamentale che spesso viene confusa: quella tra una società complessa, plurale e stratificata, e un sistema di potere che la sovrasta.
Il regime instaurato dopo la rivoluzione del 1979 si definisce come una “Repubblica islamica”, ma nella pratica concentra il potere reale in istituzioni non elettive, fondate su un’interpretazione religiosa rigidamente codificata. Il principio della velayat-e faqih attribuisce a una guida religiosa un’autorità superiore a quella degli organi rappresentativi, limitando in modo strutturale il pluralismo politico.
Nel corso dei decenni, questo assetto ha prodotto una tensione costante tra società e istituzioni. Le elezioni esistono, ma sono filtrate; il dibattito pubblico è presente, ma sorvegliato; la partecipazione è ammessa, ma entro confini ben definiti. Le libertà civili — di espressione, associazione, scelta personale — risultano subordinate a un’idea di ordine morale stabilita dall’alto.
È un dato di fatto che una parte significativa della popolazione iraniana, in particolare le generazioni più giovani e urbanizzate, manifesti da tempo un disagio profondo verso questo modello. Le proteste cicliche, le forme di dissenso culturale, l’emigrazione intellettuale e professionale non sono anomalie, ma segnali di una frattura irrisolta.
Criticare questo sistema non equivale a negare la complessità della storia iraniana, né a ignorare i fattori geopolitici esterni che hanno inciso sul suo percorso. Significa però riconoscere che un ordinamento politico che limita in modo permanente l’autonomia individuale e il confronto aperto fatica a rappresentare una società viva, istruita e articolata come quella iraniana.
Il punto, dunque, non è “l’Iran” come entità astratta, ma un preciso assetto di potere. Confondere le due cose serve solo a rendere più difficile una discussione lucida e informata. Separarle, invece, è il primo passo per comprendere perché la questione iraniana continui a essere, prima di tutto, una questione politica e non culturale o identitaria.
Grazie per la dettagliata descrizione! 👍
RispondiEliminaVuoi peggiorare solo le relazioni tra i governi
RispondiEliminaMa cosa c'entra questo commento con una descrizione del funzionamento di uno stato e le motivazioni delle giuste proteste del suo popolo?
EliminaConosco delle persone fuggite dall'Iran, e la situazione è anche peggiore di quella che possiamo immaginare. In questi casi, se non si ha da dire qualcosa di appropriato e pertinente, forse meglio evitare di fare commenti poco edicati a caso.
Come dissi mesi fa, sono libertario
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