Vie non condivise
Da anni, ciclicamente, tornano discussioni sulle intitolazioni di luoghi pubblici o sulle commemorazioni dedicate a personaggi storici la cui “bontà” viene messa in discussione.
I nomi sono sempre più o meno gli stessi: Garibaldi, i Savoia, Gandhi, Madre Teresa di Calcutta, Giorgio Almirante, e altri ancora.
Le critiche che emergono non sono necessariamente inventate. Spesso si basano su studi storici, riletture critiche, nuovi documenti o semplicemente su sensibilità diverse rispetto al passato. Il problema, però, non è l’esistenza di queste critiche, bensì il modo in cui vengono trasformate in una richiesta di rimozione simbolica.
Negli ultimi anni sembra affermarsi l’idea che uno spazio pubblico debba essere intitolato solo a figure “moralmente impeccabili”, come se la memoria collettiva dovesse funzionare secondo un criterio di purezza retroattiva. È un’aspettativa che, a mio avviso, non solo è irrealistica, ma rischia di diventare ideologica.
La storia non è un elenco di buoni e cattivi.
Le figure storiche non sono modelli etici da catechismo, ma persone reali, vissute in contesti diversi, con luci e ombre spesso evidenti già ai loro contemporanei. Pretendere presentazioni positive al 100% è una forzatura che comprensibilmente stanca; ma la risposta non può essere l’abbattimento simbolico o la cancellazione toponomastica.
Nel 2018, ad esempio, mi venne proposta una petizione per rimuovere tutte le intitolazioni a Giuseppe Garibaldi. La rifiutai.
Non perché io sia un suo ammiratore, né perché abbia una visione particolarmente indulgente della sua figura storica. La rifiutai perché non siamo di fronte a casi limite, come lo sono stati l’Olocausto o i sistemi istituzionalizzati di apartheid, dove la rimozione dei simboli aveva un significato preciso e condiviso di rottura con un regime disumano.
Equiparare situazioni storiche profondamente diverse rischia di produrre solo confusione.
Uno spazio pubblico non è un altare.
Non serve a proclamare che una persona fosse “giusta” o “sbagliata”, “buona” o “cattiva”. Serve, semmai, a ricordare che quella figura ha avuto un ruolo storico rilevante, nel bene e nel male, e che proprio per questo può (e deve) essere discussa, studiata, contestualizzata.
Se oggi scopriamo aspetti problematici di Gandhi, o contraddizioni in Madre Teresa, o zone d’ombra nei protagonisti del Risorgimento o della Repubblica, la risposta adulta non è togliere un nome da una strada, ma spiegare meglio, raccontare di più, accettare la complessità.
Cambiare la storia non è possibile.
Cambiare il modo in cui la raccontiamo, sì. Ma questo richiede strumenti culturali, non gesti simbolici semplificatori.
Personalmente non credo che la memoria pubblica debba essere un campo di battaglia permanente, né una gara a chi dimostra per primo che un personaggio del passato “non era all’altezza dei nostri standard”.
Credo invece che riconoscere la complessità storica sia un segno di maturità, non di indulgenza.
E forse, più che chiederci chi merita una statua, dovremmo chiederci se siamo capaci di convivere con una storia che non ci rassicura del tutto.
Come dissi mesi fa, sono libertario
RispondiEliminaapperò, davvero?
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