Voti ad elezioni amministrative

Quando voto alle elezioni amministrative non scelgo mai un candidato in base al colore politico “giusto” o “sbagliato”.
Non è mai stato il mio criterio, e non lo sarà.
Nei comuni, nelle regioni, nei ballottaggi, il voto è prima di tutto una scelta concreta: persone, competenze, affidabilità, contesto. Se esiste il voto disgiunto, lo uso senza problemi. Se non è ammesso o se si arriva a un ballottaggio, il criterio resta lo stesso: se c’è un candidato che non vorrei mai far vincere, voto l’altro, qualunque sia la sua collocazione politica.
Se invece ritengo che entrambi siano ugualmente inadeguati o dannosi, vado comunque al seggio e annullo la scheda. Anche questa è una scelta consapevole, non una fuga dal voto.
In ogni caso, la decisione non dipende mai dall’etichetta ideologica.
Per spiegarmi con un esempio volutamente estremo (e irreale): se mi trovassi a scegliere tra Maduro e qualunque altro leader democratico — che sia Meloni, Takaichi, Schlein, Macron, Zelensky o Harris — sceglierei sempre la seconda opzione. Non per appartenenza politica, ma per una linea di demarcazione chiara.
Se fossi vissuto ai tempi di Enrico Berlinguer, non escludo che mi sarei dichiarato comunista. Ma non ho vissuto Berlinguer, quindi non sono mai stato comunista. Le scelte politiche non si fanno per eredità simbolica, ma nel tempo in cui si vive.
Resta fermo un punto per me non negoziabile: non potrei mai votare un candidato che si dichiari nostalgico del fascismo o di Mussolini. Questo però non significa che votare a destra sia un reato o una colpa morale. Esistono persone di destra che non hanno alcuna nostalgia autoritaria, così come esistono persone di sinistra che non hanno alcuna indulgenza verso le dittature comuniste.
La politica non è una tifoseria.
È una responsabilità.
E il voto, soprattutto a livello locale, dovrebbe riflettere questo: scegliere il meglio possibile, evitare il peggio certo, e non delegare la propria coscienza a un colore

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