Da "consenso" a "dissenso"

Quanto accaduto in Commissione Giustizia al Senato merita attenzione e un confronto serio, perché riguarda un tema delicatissimo: la definizione della violenza sessuale e la tutela delle vittime.
Il testo del disegno di legge sulla violenza di genere, approvato all’unanimità solo pochi mesi fa, si basava su un principio chiaro: ogni atto sessuale senza consenso “libero e attuale” è violenza. Un’impostazione in linea con molte raccomandazioni internazionali, che sposta l’attenzione dal comportamento della vittima alla responsabilità di chi compie l’atto.
La riformulazione intervenuta ora, avvenuta in sede di Commissione Giustizia, sotto la presidenza di Giulia Bongiorno, introduce invece un cambio di prospettiva significativo: dal “mancato consenso” al “dissenso”. In termini pratici, questo può significare che non basta più l’assenza di un sì chiaro, ma diventa rilevante la capacità della vittima di manifestare un no esplicito.
È proprio questo passaggio a sollevare forti perplessità. Come ha osservato Ilaria Cucchi, una simile impostazione rischia di riportare l’onere della prova – almeno sul piano culturale e interpretativo – sulle spalle di chi subisce violenza: perché non ha reagito, perché non ha detto no, perché non lo ha fatto in un certo modo o con una certa forza. Un terreno scivoloso, che la legislazione degli ultimi decenni aveva cercato di superare.
Il punto non è demonizzare una persona o attribuire intenzioni, ma interrogarsi sugli effetti concreti delle norme. Le leggi sulla violenza sessuale non sono solo strumenti giuridici: trasmettono anche un messaggio culturale. E una legge che mette al centro il dissenso invece del consenso rischia di indebolire la tutela delle vittime e di aprire spazi interpretativi problematici nei processi.
Per questo la critica non è ideologica, ma sostanziale, oltre che coerente con le mie posizioni di femminista e "paladino della giustizia". Cambiare una sola parola può avere conseguenze profonde, e in questo caso il timore è quello di un arretramento rispetto a principi di protezione che sembravano ormai acquisiti. In un ambito così sensibile, la direzione dovrebbe essere sempre quella di rafforzare le garanzie per chi subisce violenza, non di renderle più incerte.
La politica ha il dovere di interrogarsi su queste scelte, di spiegare le proprie decisioni e di ascoltare le preoccupazioni che emergono dalla società civile. Perché, su diritti fondamentali e dignità delle persone, è fondamentale evitare anche solo l’impressione di un arretramento

Commenti

  1. Ma che bisogno c'era di cambiarlo? Sono completamente d'accordo con te.

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  2. Prima di tutto mi complimento per quest'analisi ben dettagliata e così ben scritta! Secondo, non posso che essere d'accordo con te. Quella 'minima' variazione potrebbe avere dei risvolti davvero poco piacevoli per le vittime. Il fatto preoccupante è che lo abbia proposto una donna!

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  3. La modifica del testo sulla violenza sessuale, da “consenso libero e attuale” a “dissenso” e “volontà contraria”, solleva preoccupazioni concrete. Questo cambiamento può spostare sull’accusa l’onere di dimostrare di aver detto no, rendendo più complesso il percorso di tutela per chi subisce violenza. Non si tratta di attaccare persone, ma di evidenziare come una singola parola possa incidere profondamente sulla protezione legale e culturale delle vittime.

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