Stop omofobia
La vicenda di un cittadino di origine sudamericana residente a Roma, richiama l’attenzione su una forma di violenza che non nasce da un conflitto casuale, ma da un pregiudizio radicato. In una sera di festa, mentre rientrava a casa con il proprio compagno, è stato coinvolto in un’aggressione da parte di un gruppo di persone, preceduta da minacce e insulti legati all’orientamento sessuale.
Non si è trattato di uno scontro o di una provocazione, ma di un attacco sproporzionato contro due individui colpevoli solo di mostrarsi per ciò che sono, come qualunque altra coppia. La dinamica, segnata dall’asimmetria numerica e dalla violenza prolungata, riflette uno schema purtroppo noto, in cui il linguaggio dell’odio prepara e giustifica la brutalità fisica.
Le conseguenze sul piano fisico sono state rilevanti e hanno richiesto cure mediche, ma non esauriscono la portata dell’accaduto. Esistono ferite che non sono immediatamente visibili: il trauma, la paura, la perdita di fiducia nello spazio pubblico come luogo sicuro e condiviso. È qui che la violenza lascia i segni più duraturi.
Colpisce anche il senso di isolamento che accompagna il dopo, quando chi ha subito un’aggressione è costretto ad affrontare da solo il percorso di assistenza, già provato nel corpo e nella mente. Un dettaglio che amplifica la sensazione di vulnerabilità e abbandono.
Questa storia non riguarda soltanto le persone direttamente coinvolte. Interroga la società nel suo insieme sulla distanza che ancora esiste tra i principi proclamati e la loro reale applicazione. Camminare insieme, volersi bene, mostrarsi non dovrebbe mai richiedere coraggio.
La vicinanza umana alle vittime è doverosa, ma non può essere l’unica risposta. La responsabilità morale è chiara e non va rovesciata: non sono le persone aggredite a doversi nascondere o giustificare. La vergogna appartiene a chi sceglie l’odio e la violenza come strumento per negare la dignità altrui.
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